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Il castello ieri

Costigliole

Il Castello di Costigliole d'Asti
(com'era fino a pochi decenni fa)


L'archeologia vitivinicola è all'origine dell'Enoteca regionale di Costigliole d'Asti, una scienza nuova, che ha nel dottor Agostino Oddone l'inventore e il profeta: a lui va ascritto il merito di aver scoperto antichi documenti che lo hanno convinto a mettere in atto l'idea di ridare vita al castello che fu dei marchesi Asinari di San Marzano e trasformarne le cantine in un'enoteca che fosse la vetrina dei vini astigiani.
Il dottor Oddone, farmacista del paese, "folgorato" sulla strada tra Alessandria (da dove proveniva) e Costigliole dalla passione per la civiltà del vino, studiando polverosi cartari conobbe la storia della "laghenoteca" o raccolta di bottiglie allestita negli anni 1840-1850 nella villa San Felice sul monte Briccone, gestita da una confraternita: 2500 contenitori e per ciascun vino un libro o un articolo di giornale del periodo con la relativa storia delle uve, dei sistemi di lavorazione, e la descrizione di gusto, profumo e colore. Immagine, quindi promozione, storia e cultura di un settore agricolo che in zona aveva secolare tradizione.

Nel 1968 Oddone con alcuni contadini volontari (la cronaca ricorda i nomi Gozzelino. Bianco, Borio,Cirio, Maffei, Giachino tra coloro che aderirono all'impresa) cominciò lo scavo e il riordino degli antichi locali interrati del castello: tutti lavorarono con l'entusiasmo di archeologi benemeriti del vino. E nei mesi prese forma e consistenza la loro idea, che. come sempre accade nelle vicende umane innovative e perseguite con tenacia personale, faceva scuotere la testa a certuni poco convinti della riuscita.    


Non rimasero insensibili di fronte all'iniziativa e ai suoi possibili futuri sviluppi la Camera di Commercio di Asti e l'Ente Valorizzazione Vini Astigiani, che decisero di intervenire. La cantina del castello venne diconseguenza restaurata in tutte le sue parti (una ad opera di Oddone e dei suoi volontari, convinti ormai diùaver visto giusto e agito per il bene della comunità; l'altra dai due Enti in parallelo).

Agli occhi del visitatore apparvero come usciti dalla terra ampi locali e infernotti allestiti con pazienza, coraggio e abilità; gli scalini che conducevano ai locali erano stati rifatti in stile arcaico, i pavimenti formati con mattonelle in cotto per mettere in risalto l'ambiente, mentre i muri e le volte a botte in mattone vecchio a vista creavano l'atmosfera adatta per accogliere la magia del vino. La seconda parte, nella quale era intervenuta la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura si rivelava spaziosa e sistemata secondo i dettami del 1400, destinata a diventare l'idoneo locale per la degustazione dei vini; in un'altra ampia stanza 60 mila bottiglie vennero "adagiate" (il vino non vuole scuotimenti e patisce lo "stress" perché vive) in una serie di scaffali in larice d'America.
Un intreccio fantasmagorico di corridoi, nicchie, celle, rientranze, angoli, anditi, sporgenze creava
un'atmosfera da romanzo gotico, attenuali soltanto da una collezione di contadinerie che abbellivano e restituivano alla tradizione locale l'ambiente: un'esposizione di torchi del 1700, botti in rovere, carretti e un archivio di bottiglie storiche, con millesimo che porta a ritroso negli anni. L'innaturale, ma necessaria, luce elettrica spezzava il chiarore penetrante dalle basse finestrelle foggiate sullo stile d'un medioevo romantico.

E i restauri, grazie anche al Comune di Costigliole d'Asti (nella vicenda quarto benemerito protagonista e non ultimo, se non per ordine di tempo e per motivi finanziari), proseguirono oltre la cantina. Nelle posizioni migliori del castello, i vani al primo e all'ultimo piano vennero adibiti a ristorante, con annesse cucine e disimpegni: un ambiente reso suggestivo dalla presenza dell'antico camino con accanto il forno a legna dove veniva cotto il pane e (nella torre a sud) dalla vista di una parte del panorama di colline, di vigneti e boschi dell'Astesana.
Il restauro fu quindi completato su tutti i piani, di cui tre fuori terra: si agì con equilibrio, eleganza, senza turbare l'originalità dell'edificio, lasciando intatta l'immagine plastica e figurativa grazie al mattone vivo, e riportando in luce all'interno una fioritura muraria che stupisce con medaglioni, timpani, pitture.
L'Enoteca si impose, ed ora torna a imporsi, per i suoi vini (la zona è tipica per il Barbera), i distillati e gli spumanti, tutti selezionati : con cura e severità da una commissione di assaggio o ammessi ai concorsi enologici organizzati annualmente dalla Camera di Commercio di Asti quindi già passati al vaglio di esperticonoscitori.

Questa la storia e l'immagine di un'impresa e di un'attività che ebbe dopo tante fortune ( costate sacrificio) un periodo di pausa, di riflessione: ora ritorna come un tempo, come allora quando il giorno dell'inaugurazione nel 1972 stupì i presenti e, a quanto pare, sollevò anche parecchia invidia: la bella immagine non è mutata, la realtà è di nuovo quella delle origini, lo slogan continua a essere "bevete con la nostra garanzia" anche se con parsimonia. Tornano le manifestazioni, che videro nel periodo del "Presidentissimo" della Camera di Commercio astense, Giovanni Boreilo, l'Enoteca splendido anfitrione: la "Douja d'or" con la premiazione dei vini presentati al concorso, il "Festival delle Sagre" con vecchie consuetudini popolari per ricreare ricordi del passato e cercare un po' (o tanta allegria: tutte iniziative con centro in Asti, ma specifiche appendici a Costigliole, nell'Enoteca. Il Comune s'è impegnato e i risultati positivi non mancano. Qualche aggiustamento
c'è stato: i nuovi anni impongono anche nuove scelte, come una sala per un centro congressi, cinque stanze per ospitare mostre o manifestazioni, uno spazio vendite al primo piano per rendere più accessibile e diretta al visitatore la possibilità di acquistare o di chiedere informazioni sul vitivinicoltore da cui vuole compiere gli acquisti. Feste in vendemmia, sagre a primavera, e soprattutto una grandiosa vetrina per chi vive con il prodotto del vigneto.


Il ristorante prepara piatti tipici della gastronomia astigiana (Costigliole è anche famosa per i suoi prodotti orticoli e il suo territorio in frazione Motta è considerato una piccola "California" del Piemonte) con accostamento ai vini presenti in Enoteca, mentre per talune dimostrazioni collettive si presta a fornire i dovuti assaggi a sostegno del "buon bicchiere" (non è mancato a suo tempo un concorso per le ricette con la cucina povera, a base cioè di cibi con basso costo di produzione e quindi di prezzo, presenti sempre nell'agricoltura dell'Astesana, della terra di Asti).
Dolcetto. Barbera, Moscato, Freisa, Grignolino tutti con la denominazione d'origine controllata "d'Asti", Barbera del Monferrato, Malvasia di Casorzo e di Castelnuovo don Bosco, Brachetto d'Acqui, Cortese dell'Alto Monferrato, il prestigioso Asti spumante, i brut spumantizzati con i metodi “charmat” : e “champenois”, i vini della Langa, del Canavese, del Vercellese e del Novarese trovano collocazione di prestigio in un castello ricco di storia considerato il più grandioso e scenografico della provincia astense.

Sorto su una "costa" o "costale", da cui il nome Costigliole, quindi in posizione collinare, il castello fu testimonianza della potenza del Comitato di Loreto, che raggruppava diverse Signorie e disponeva di casseforti in parecchi luoghi elevati (il nome è oggi ricordato da una piccola chiesa e alcune case vicine al paese.
Quando le legioni di Roma sopraffecero i Liguri e la politica augustea diede impulso alle attività nelle colonie, sorse tra il Tanaro e il Belbo il villaggio di Lauretum (in una zona dove tra gli altri alberi primeggiavano i lauri o dove vi era un bosco di lauri), che nel Medioevo seppe raggruppare in consorteria diversi territori e ebbe dignità grandissima.
Quando gli Astensi distrussero Loreto nel 1255, Costigliole riuscì ad esercitare la preminenza su tutti i centri vicini. Dal 1300 in poi le vicende del maniero furono legate a quelle della famiglia Asinari (divisa nei rami di Costigliole, San Marzano, Camerano, Casano, Bernezzo, Burio, Virle e Soglio).

Storia del Castello


I primi documenti scritti che si riferiscono all'edificio, diverso da quello che oggi si ammira risalgono al 1041, periodo in cui era possedimento della Chiesa di Asti, da allora venne ampliato, rimaneggiato e trasformato, cambiò proprietari e Signori feudali fino al 1341, anno in cui l'antica famiglia Asinari di San Marzano ne venne in possesso.
Nei secoli successivi alterne vicende di guerra coinvolsero la proprietà del castello, che alla fine del 1600 ritornò alla famiglia Asinari di San Marzano: da quel periodo i rami di discendenza diretta e indiretta si succedettero fino alla divisione, ancora attuale, in due parti, una di proprietà dellla Famiglia Balduzzi e l'altra del Comune, ed è stata in quest'ultima che si sono svolti i lavori di ricupero per arrivare all'Enoteca regionale di Costigliole d'Asti.
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Filippo Antonio di San Marzano (1767-1828) si rivelò ottimo viti-vinicoltore e s'accorse che i metodi empirici allora in uso non consentivano di ottenere i risultati che si dovevano attendere dalle uve del territorio di Costigliole, egli intraprese quindi una serie di riforme ed esperimenti nelle coltivazioni, che consentirono di sortire l'effetto desiderato: vini di alta qualità. Ne è la prova l'invio nel 1819-1820 a Rio de Janeiro di due botti di Nebbiolo e due di Barbera dei tenimenti di Costigliole e di San Marzano ( riferisce Giuseppe Aldo di Ricaldone in "Il marchese Filippo Asinari di San Marzano viticultore) , vini che giunsero a destinazione con ottimi risultati, perfetti per maturità e per gusto. L'esperimento dimostrò che i vini costigliolesi, e piemontesi in genere, sapevano affrontare le lunghe distanze e superare la linea equatoriale senza " s o f f r i r e ” il mare. Lo stesso San Marzano riferì il successo della spedizionein due articoli sulla "Gazzetta Piemontese", come si chiamava allora "la Stampa"
Il castello ha quindi una sua particolare e ricca storia, che tra l'altro vede in primo piano una figura come
Virginia Oìdoini (familiarmente chiamata Virginicchia o, senz'altro, Nicchia) diventata, grazie alle nozze con Francesco Verasis Asinari addetto alla casa di Vittorio Emanuele II, contessa di Castiglione e Costigliole, famosa per bellezza.fascino ed eleganza. Appena diciassettenne essa giunse sposa al castello il 24 luglio 1854. Durante il suo soggiorno (fino all'estate del 1555) fece apportare parecchie modifiche all'edificio,  facendo sistemare le passerelle, i giardini , te scale, la galleria, ma il suo eccessivo desiderio di lusso, le sue stravaganze e i capricci non giovarono, secondo quanto riferiscono gli studiosi di quel periodo storico, alle finanze del marito, che nel 1859 decise ai vendere quanto possedeva a Costigliole al principe Poniatowski.

La contessa, nel frattempo, era stata inviata da Camillo Benso di Cavour alla corte parigina di Napoleone III, di cui divenne amante. Restò poi a Parigi,ma non ebbe più la fama degli anni precedenti. Alla sua morte, nel 1899, il governo italiano ordinò la distruzione della corrispondenza che aveva avuto con il re, Cavour, Nigra e Rattazzi.
LLa marchesa, quando abitò per alcun tempo nel maniero, aveva fatto costruire una serie di ponti coperti e passaggi nascosti per poter vivere inosservata dagli abitanti del paese. Poteva raggiungere senza essere vista la strada che porta a Asti e di qui raggiungere Torino oppure recarsi nel giardino alle spalle dell'abitato, un'esistenza nel piccolo paese volutamente appartata e misteriosa, come si addice a chi seppe svolgere a Parigi un ruolo importante, ma trascurato o lasciato in un angolo dagli storici, nella vicenda risorgimentale.
L'ombra di una bella donna, anche se ormai soltanto parvenza e ricordo, s'accompagna con pieno diritto allo splendore dei vini e alle leggende, come quella che vuole ancora nascosi nel pozzo del castello un diamante di pregio e valore elevati, gettatovi da una domestica che l'aveva trafugato dalle stanze della contessa e che avrebbe confessato in punto di morte il suo peccato.
In realtà gli unici diamanti nel castello, e non nascosti, ma a tutti bene in vista, sono le bottiglie dei vini dell'Astesana; in primis la Barbera, di cui untamente scrisse Giuseppe Aldo di Ricaldone, rammentando le interpretazioni filologiche di questo nome: dal latino "albuelis", bianco, candido. in contrasto però con il colore rosso cupo del vino e dell'uva, o dal latino "vervecarius, berbecarius", pastore di greggi, che nulla ha da spartire con la coltivazione del vigneto, mentre già nel Mille sarebbe attestato un antroponimo "Barbero", attribuito a chi possiede viti (si trattava quindi di un soprannome), di conseguenza "non ci rimane che spiegare l'etimologia del nome delle singole famiglie Barberi per scoprire donde nacque la voce Barbera" scrive Giuseppe Aldo di Ricaldone.
Poiché negli stemmi di quelle famiglie si trova spesso una pianta, ne consegue che u Dome Barbera va accostato a una pianta, che è la "Berberi", da cui il vino di Berberi. "Evidentemente la Berberis vulgaris tanto diffusa nelle nostre terre, per motivi diversi, tra i quali per una coltivazione intensiva della stessa donde si traeva il vino di berberi, dette il nome al vitigno e alle numerose famiglie ricordate" conclude lo studioso, che collega anche l'antico nome '"barbexinus" alla Barbera. L'emerito professor Dalmasso escluse però che la denominazione "barbexinus" potesse attribuirsi al vitigno Bàrbera, formulando l'ipotesi potesse trattarsi di Grignolino. Anche la questione del genere grammaticale del nome è ogni tanto dibattuta: maschile o femminile? In genere, gli ampelografi e i vitivinicoltori, e qui cito lo studioso di civiltà del vino Renato Ratti, usano il femminile e alcuni poeti definiscono anche "maschia" la Barbera, come Pascoli e Pastonchi, mentre il Carducci la definisce "generosa". Tra Barbera e Grignolino, tra Asti e Casale, l'Enoteca ha lo spunto per un bel dibattito.

 



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