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Come accoglie il Piemonte i turisti del vino? Li accoglie male, anzi malissimo...
E lo fa con una rete di enoteche regionali e di botteghe del vino e cantine comunali tra l’insufficiente e l’inefficiente. È un quadro amaro e scoraggiante quello che emerge dalla nostra inchiesta sul servizio di eno-
Lodato a parole, vantato come un fiore all’occhiello, nonostante trascorsi non proprio edificanti tra inchieste giudiziarie di cui si sono perse le tracce e scandali più o meno reali, il sistema di enoteche pubbliche fa acqua (altro che vino!) da tutte le parti.
Sdp e il “Mistery Client” del vino
Provarlo è stato semplice. È bastato mettere in pratica la tecnica del “mistery client”, cioè di fingersi, come abbiamo fatto noi, enoturisti per testare il grado di professionalità e di accoglienza del servizio pagato e supportato da fondi pubblici.
I risultati hanno purtroppo confermato i nostri sospetti: la rete di enoteche regionali non risponde sempre in modo soddisfacente alle richiese degli enoturisti; quella delle botteghe e cantine comunali praticamente esiste solo sulla carta.
Eppure la domanda era semplice: un gruppetto di turisti interessato a visitare l’enoteca o la cantina o la bottega del vino comunale, la domenica, nel periodo tra settembre e ottobre, il periodo clou per l’enoturismo piemontese.
I contatti telefonici li abbiamo ricavati dagli elenchi di due siti Internet: quello istituzionale della Regione Piemonte. che fa capo al link ospitato dall’assessorato all’agricoltura (http://www.regione.piemonte.it/agri/ita/piemontedoc/vino/enoteche/index.htm) e questo: http://www.enotecheregionalipiemonte.it/enoteche.php, portale realizzato da una società privata, ma, come si vede dai crediti, con contributo della Regione Piemonte e delle enoteche regionali.
Una curiosità: l’enoteca regionale di Ovada, inaugurata a marzo di quest’anno, è inserita nella prima lista, ma non nella seconda.
Enoteche Regionali del Piemonte: appena suff, ma non basta
Ebbene per quanto riguarda le 13 (o 14) enoteche regionali le risposte alla nostra richiesta di visita domenicale con degustazione sono state le più disparate, ma con un unico denominatore comune: gli assaggi nelle enoteche pubbliche si pagano, tra uno e i dieci euro a persona (avete letto bene, 10 euro a cranio) e se nei locali dell’enoteca regionale c’è anche un ristorante, beh allora ci scappa il suggerimento del tipo: «sì, però se invece di degustare i vini vi fermate anche a pranzo allora gli assaggi sono gratis». Dicevamo delle enoteche regionali in Piemonte. Ecco le risposte alla nostra telefonata da falsi eno-
Da Acqui Terme
All’enoteca regionale di Canelli i primi intoppi. Nei locali dell’ente infatti c’è anche un ristorante. La signora che ci risponde è gentile e professionale, ma quando gli comunichiamo che verremmo solo per assaggiare i vini, e la domenica, la sua disponibilità traballa. Ci dice che se decidiamo di mangiare lì non c’è problema, ma se vogliamo assaggiare solo i vini esposti allora deve avvertire «il personale dell’enoteca». C’è da capirla, gestire un ristorante nelle stesse stanze dell’enoteca regionale non è facile e certo non si può avere eno-
Analogo caso a San Damiano d’Asti.
All’enoteca di Mango sono aperti la domenica e i costi degli assaggi variano da 1 a 10 euro, «Sa con il brut (ah il brut!) ci vogliono più stuzzichini e quindi costa di più». Vabbè.
All’enoteca regionale di Gattinara degustare costa 7 euro per due vini (3,5 a bicchiere), «ma se acquistate i vini risparmiate» è il suggerimento. L’enoteca di Casale Monferrato offre degustazioni la domenica tra gli 8 e i 9 euro a persona.
Al numero telefonico dell’enoteca di Nizza Monferrato risponde una registrazione automatica. Indica due numeri: uno per la vineria, l’altro per l’enoteca regionale. A quest’ultimo, però, non risponde nessuno e dopo parecchi squilli la voce registrata indica un numero di cellulare. Chiamiamo. Risponde il gestore della vineria, stupito che siamo stati dirottati sul suo numero. Ci dice che l’enoteca regionale è aperta la domenica e che non ci sono problemi per la degustazione di vini del territorio. Costo? Dipende dai vini. Ok.
All’enoteca del Roero, invece, assaggiare 15 vini costa 2,30 euro… al bicchiere, nessun problema per la visita la domenica e per mangiare l’addetta indica varie possibilità, tra cui un locale stellato con chef di grido che ha sede proprio nello stesso edificio dell’enoteca.
A Caluso sono «sempre aperti» e le degustazioni sono gratis per il famoso passito, ma costano 5 euro al bicchiere per gli altri vini, e naturalmente «se comprate qualche bottiglia siamo contenti». Ci mancherebbe!
Ad Ovada l’enoteca regionale è stata inaugurata nel marzo scorso, ma come precisano dal Comune, è ancora chiusa e non operativa. Non si sa quando lo sarà. E noi che volevamo degustare il famoso Dolcetto! Peccato.
All’enoteca di Roppolo fanno davvero marketing del territorio. Un’addetta intraprendente e decisa non solo ci conferma che l’enoteca è aperta la domenica, ma ci dice che degustare i vini in esposizione costa tra 1,5 e 2,5 euro al bicchiere «a seconda del vino» e ci indica anche gite sul lago di Viverone, con pranzo a base di pesce, a 19 euro a persona. Brava.
All’enoteca di Grinzane Cavour assaggiare i vini della zona costa tra i 2,5 e i 4,5 euro, «i prezzi sono esposti» precisa un po’ troppo frettolosamente l’addetta che informa pure che «fino a novembre siamo aperti tutti i giorni. Per noi -
Il bilancio finale, per quanto riguarda le enoteche regionali piemontesi, è, nel complesso, appena sufficiente. Le strutture sono tutte aperte la domenica, e questo è già un bene, ma il livello di accoglienza, quasi nella totalità dei casi, non va oltre un approccio sbrigativo, con gli operatori che hanno dato la sensazione di essere più interessati all’incasso delle degustazioni che a presentare un territorio e la sua produzione vinicola.
Eppure la mission delle enoteche regionali del Piemonte dovrebbe essere un’altra, come si legge sul sito enotecheregionalipiemonte.it: «… La grandezza e la maestosità delle Enoteche Regionali la si può dedurre dagli importanti Castelli e dalle Dimore Storiche dove hanno sede e dove svolgono una intensa attività di valorizzazione della vitivinicoltura e dei relativi territori e una preziosa funzione di accoglienza e informazione per i turisti visitatori».
Il capitolo più doloroso riguarda le Botteghe e Cantine del vino comunali.
In tutta la Regione ce ne sono 33: le Botteghe sono 24, 9 le cantine. Noi le abbiamo contattate tutte telefonicamente, spacciandoci come turisti a caccia di una struttura aperta la domenica per degustazioni di vini del territorio. È stato un “bagno di sangue”.
I casi di disservizio che abbiamo documentato sono i più disparati. Dalla bottega chiusa «perché s’è dimesso il presidente» a quella che esiste solo sulla carta perché è stata trasformata in ristorante, «ma se venite vi facciamo mangiare a 10 euro a persona»; dai numeri di telefoni sbagliati o inesistenti, a quelle strutture che «siamo aperti solo d’estate» e porte chiuse in autunno quando, invece, gli enoturisti (poveretti!) affollano il Piemonte.
Ci si è presentato il solito intoppo di locali destinati alla presentazione e degustazione di vini che ospitano anche ristoranti e vinerie gestite da privati, ovviamente più interessati a incrementare i propri affari che non a mettersi a disposizione di enoturisti in vena di degustazioni e, magari, acquisto di etichette del territorio, ma non a sedersi alla loro tavola.
Essendo botteghe e cantine nella quasi totalità ospitate nei Municipi, o facendo capo agli uffici comunali, siamo stati sommersi da segreterie e risponditori automatici («premendo il taso 1… il tasto 2…) che mai fanno riferimento alla bottega o cantina comunale.
E gli impiegati comunali, ovviamente, sono rimasti interdetti davanti alle nostre richieste enoturistiche, dirottandoci verso assessori o sindaci, quasi mai disponibili («richiami alle 18 che c’è il sindaco che le dice…che organizza… può dire a lui). Insomma ci mancavano i sindaci ciceroni e gestori di cantine comunali, magari anche sommelier. Ironia a parte la carenza di personale sta alla base di un disservizio evidente. Anche se per molte botteghe e cantine comunali le degustazioni sono a pagamento, e i prezzi più o meno sono quelli delle enoteche regionali. Inoltre non tutte le strutture sono aperte la domenica, non tutte fanno degustazione di vini, in quelle con il ristorante se ti fermi a mangiare porte aperte, altrimenti qualche chiusura c’è. «Degustare i vini? Solo se mangiate da noi. Altrimenti dovere comprarli» ci ha detto chiaro e tondo una ristoratrice/gerente di cantina comunale.
Ma quello che colpisce di più è, nonostante la gentilezza e disponibilità di quasi tutti coloro che ci ha risposto, il pressappochismo di un sistema che appare lasciato a sé stesso.
Si legge nel sito delle Regione Piemonte che: «…La costituzione delle Botteghe del Vino e delle Cantine Comunali è sostenuta (attraverso fondi pubblci? ndr) dalla Regione Piemonte – Assessorato Agricoltura – con l’ausilio degli Enti Locali, gruppi di Produttori Viticoli Associati, cantine Cooperative ed il vino selezionato e raccolto in queste strutture viene scelto nel rispetto delle stesse regole adottate per i vini esposti nelle Enoteche Piemontesi. Queste le motivazioni per cui si incrementa la cultura della creazione di nuove sedi operative, che diverranno Botteghe del Vino e Cantine Comunali, in un prossimo futuro.
Gli itinerari proposti ai visitatori mettono in luce le bellezze naturali dei luoghi di produzione dei vini, le caratteristiche dei menù tradizional-
Belle parole sulla carta, pie illusioni nella realtà.
Sono stati appena due – Frossasco e Bruno – su 33 contattati, gli addetti che oltre a parlarci di costi di degustazione e orari di apertura (o chiusura) ci hanno indicato manifestazioni e iniziative sul territorio, anche al di fuori della propria zona. Pochissime eccezioni che non diradano il muro di nebbia in cui rischia di imbattersi l’enoturista che decida di avventurarsi in Piemonte affidandosi alle strutture pubbliche.
Conclusioni
La Regione, a nostro avviso, dovrebbe rivedere tutto, magari indicando standard di servizio prima di concedere tout court aperture di enoteche regionali, cantine o botteghe comunali. Ne va dell’immagine del Piemonte e del suo vino che, ricordiamolo, è strategico culturalmente , economicamente e socialmente. Per cui: polemiche ridotte al minimo indispensabile e, per una volta, tutti a lavorare per rifondare un comparto che è (o dovrebbe essere) il futuro di questa regione.
Filippo Larganà
Questo articolo ha scatenato una ridda di commenti e di critiche, alcune anche astiose ed offensive, ma mette il dito su una piaga che tutti conosciamo. La conosciamo e la condanniamo ma restiamo in colpevole silenzio!
Ecco i commenti...
Terry
22 settembre 2010 at 15:06
Non ci credo.
diego
22 settembre 2010 at 16:29
non conosco le realtà delle altre enoteche ma mi preme specificarle alcune cose sulla situazione dell’enoteca regionale di canelli; gli orari dell’enoteca (presenti sia sul sito http://www.enotecaregionalecanelli-
come al solito di vino si parla si parla si parla si parla …cordiali saluti e buon lavoro
m. f.
22 settembre 2010 at 16:50
i fondi pubblici dopo le truffe di un noto signore si sono ridotti molto, per la verità, e per alcuni anni son stati destinati esclusivamente a ripianare quei debiti. è un dato risaputo che la presenza di un ristorante interno aiuta molto a concorrere ai costi di apertura. ma è come sempre la strategia complessiva, il guardar oltre, che manca ai politici, che quasi mai capiscono di che cosa si tratta, e non sono minimamente interessati agli UTENTI potenziali delle strutture, i turisti che arrivano da fuori (mica votano!) ma a quel po’ di fumo che una targa e quattro cartelli stradali possono soffiare negli occhi degli elettori locali.
La storia delle inaugurazioni senza apertura è emblematica, anche se cronicamente diffusa su scala nazionale per molte opere pubbliche … l’Italia è tutta una colossale salerno – reggiocalabria
filippo
22 settembre 2010 at 17:16
Grazie della precisazione che evidenzia, ancora una volta, come il sistema enoteche regionali sia caratterizzato da situazioni molto diverse. Si va dalle strutture di Langa che catalizzano decine di migliaia di enoturisti, magari facendo fuoco con la propria legna fatta di amministratori avveduti e creativi che ci mettono faccia e proprio tempo, a quelle come Canelli e Nizza Monferrato che fanno i salti mortali per andare avanti, a quelle che sono non operative nonostante proclami e aperture sulla carta. Da qui la media 6= che ha fatto già arrabbiare qualche operatore. Che però dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni agli enti pubblici che continuano a non fare in maniera che la media sia 10, almeno 9. Sennò si rischia di guardare il dito e non la luna. E attenzione a dire che gli italiani sono profittatori e gli stranieri no… non è una regola…
filippo
22 settembre 2010 at 17:17
confermo.
maurizio
22 settembre 2010 at 18:01
Caro FIlippo
Da direttore pro-
Maurizio Gily
giancarlo montaldo
22 settembre 2010 at 18:44
E’ chiaro che tutto può essere migliorato, ma credo che il lavoro che sta facendo l’Enoteca Regionale del Barbaresco che rappresento, non rispecchia nel modo più assoluto il giudizio che traspare da questa inchiesta, condotta peraltro in maniera molto superficiale.
Non si può giudicare una struttura che opera a favore di un intero territorio solo dal fatto che faccia pagare o meno i vini in degustazione. Piuttosto bisognerebbe vedere l’intraprendenza, le iniziative che si sono attivate, anche le piccole iniziative che si ripetono nel tempo come il “Tour dei crus” che noi abbiamo inventato e ripetiamo ormai da 4 anni. Bisognerebbe vedere il punto accoglienza o i punti accoglienza: nel nostro caso, sono addirittura due, uno specializzato nel presentare il vino e il suo territorio (nella ex chiesa di San Donato), l’altro per fornire tutte le informazioni di tipo turistico, comprese le opportunità di pernottare, cenare, degustare, ecc. (in uno spazio dedicato al piano terra del Municipio di Barbaresco). Bisognerebbe vedere anche l’orario, non solo se si è aperti alla domenica: l’Enoteca Regionale del Barbaresco è aperta dal lunedì alla domenica e da gennaio a dicembre (con la sola esclusione di 10 giorni a inizio anno). E, poi, da quest’anno, stiamo anche gestendo la “Vineria dell’Enoteca”, una bella scommessa, che vuole proporre il vino con piccole proposte gastronomiche del territorio e della tradizione.
E, poi, un ultimo sfogo: diversamente da altri posti pubblici o istituzionali, almeno per quanto concerne l’Enoteca Regionale del Barbaresco, il ruolo del presidente è completamente gratuito e quando uno prende a cuore un impegno, di tempo ne dedica il giusto. E quando dico il giusto, dico almeno un paio di ore al giorno. Visto che in questa società anche l’ultimo pirla che occupa un ruolo istituzionale prende gettoni di presenza almeno da varie migliaia di euro, credo che coloro che continuano a lavorare gratis per la società e per il territorio dovrebbero almeno essere interpellati prima di essere messi in discussione. O no?
filippo
22 settembre 2010 at 19:14
Caro Maurizio,
comincio dalla parte meno divertente: non accetto nella maniera più assoluta il titolo di spacciatore di patacche perché nel mio lavoro, come tu ben sai, ho sempre fatto un punto d’onore della fedeltà alle notizie che scrivo. Ragion per cui, scuserai la franchezza, ma credo che le patacche dovrai trovarle in altri siti. Lecita e comprensibile, invece la difesa dell’enoteca di cui sei direttore pro-
filippo
22 settembre 2010 at 19:24
Non è un’inchiesta superficiale e non è un’inchiesta sull’enoteca di Barbaresco che, so, è ai vertici della categoria. E mi spiace che per ogni denuncia giornalistica che si fa scatti sempre questa difesa del proprio eno-
filippo
22 settembre 2010 at 19:26
Riporto il commento del presidente della bottega del vino comunale di Cisterna, Alessandro Olivetti, che l’ha inviato alla mia mail personale.
Gentile sig. Larganà,
sono un produttore di vino ed anche il presidente della Bottega del Vino di Cisterna d’Asti ed ho appena letto l’articolo in merito all’inchiesta sull’enoturismo in Piemonte, sul vostro blog.
Volevo innanzitutto farvi i complimenti e ringraziarvi per aver messo in luce le carenze del “nostro” sistema dell’enoturismo. Come produttore sono molto dispiaciuto di come parte del denaro pubblico (con cui si finanziano le enoteche e le botteghe del vino) produca questi effetti; mentre come presidente della bottega del vino mi preoccuperò di migliorare ancora di più il servizio offerto agli agli enoturisti. Anzi, sarei curioso di sapere se Vi è possibile raccontarmelo, come sia andata con la “mia” bottega. Ho notato infatti che sul sito della Regione Piemonte dove sono stati presi i contatti, il numero indicato per la bottega del vino di Cisterna, appartiene ad un ex socio. Intanto la saluto e le rinnovo i complimenti, anzi la
invito a venirci a trovare per scoprire qualcosa in più sulla realtàdi Cisterna e delle Colline Alfieri.
Cordialmente
Alessandro Olivetti
Gentile sig. Olivetti
la ringrazio per il commento garbato. Confermo che il numero di telefono, trovato sul sito della Regione, era quello dell’ex socio il quale, gentilissimo, mi ha indicato un cellulare al quale, però nessuno ha risposto.
Cordialmente
Filippo Larganà
Celeste
22 settembre 2010 at 20:35
Finalmente qualcuno che si interessa e scrive come lavorano le enoteche regionali! Cari Gestori e Presidenti di Enoteche, non arrabbiatevi, ma fate tesoro di quanto rilevato e scritto da Filippo, migliorare il servizio enoturistico fa parte di un’etica professionale che vi compete, ora abbiamo ottenuto di toglirci l’esubero di barbera, dolcetto, brachetto ecc…., ma successivamente dobbiamo rimboccarci le maniche tutti, anche voi, se decidiamo che i vigneti ed il vino siano ancora il nostro reddito ed il nostro futuro, altrimenti facciamo qualche altro mestiere, ma nessuno tiri a campare sulle spalle dei vignaioli!
Celeste
maurizio
22 settembre 2010 at 21:11
Filippo, come tu stesso hai chiarito l’aver scritto che chiediamo 8-
giancarlo montaldo
22 settembre 2010 at 22:07
Volevo invitare il Sig. Celeste a venire a vedere cosa facciamo all’Enoteca Regionale del Barbaresco e forse capirà che è giusto incazzarsi quando si fa di ogni erba un fascio!!!
E, soprattutto, noi non tiriamo a campare sulle spalle di nessuno!
Paghiamo di persona. Fino in fondo. Come ci hanno insegnato i nostri padri e madri!!!
Piuttosto, si incazzi verso coloro che lasceranno impuniti i responsabili del crak dell’Enoteca del Piemonte, che in pochi anni ha fatto un buco di 1.800.000 euro. Le nostre Enoteche, per quella vicenda, hanno pagato 70.000 euro ciascuna. E questa è una notizia di poche ore fa che ci è stata data in Regione.
giancarlo montaldo
22 settembre 2010 at 22:17
Caro Filippo,
ho letto la lunga lista delle situaizoni inefficenti. Ebbene, vorrei essere ancora più chiaro: a noi non sta bene essere accomunati a tutta questa lista di realtà che non fanno il loro lavoro e il loro dovere. Credo che un’inchiesta seria dovrebbe mettere in rilievo ciò che non va, ma anche ciò che va. E questo anche ai fini della valutazione equilibrata del lavoro che ogni organismo sviluppa.
Se vuoi un suggerimento, fai un’inchiesta sui risultati finali dell’Enoteca del Piemonte e del suo buco inverecondo. A quanto pare, sta andando tutto in prescrizione. Lì si che c’é del materiale da indagare.
Celeste
22 settembre 2010 at 22:40
Grazie dell’invito. Per tua informazione ti avviso che sono una signora: non faccio di tutta l’erba un fascio, ma in Piemonte il mondo del vino non è il massimo. Voi sicuramente avete delle eccellenze ma le mosche rare non fanno decollare il Piemonte viti-
maurizio
23 settembre 2010 at 07:03
Sig.ra Celeste, cerchiamo di evitare il “contadinismo” di maniera. Se la nostra Enoteca è ancora in piedi lo dobbiamo proprio ai vignaioli, quelli che producono vini eccellenti, gli unici che passano il severo giudizio della nostra commissione: vignaioli che ci hanno sempre sostenuto a dispetto dei santi, accettando piccole consegne, sconti e pagamenti lunghissimi pur di essere presenti nel nostro spazio espositivo, uno dei pochi, anzi per molti di loro assolutamente l’unico, dove i loro vini vengono adeguatamente presentati, spiegati e fatti degustare a migiaia di visitatori italiani e stranieri, nonchè a giornalisti qualificati, importatori, redattori delle principali guide italiane etc. . Se poi qualcuno ci ritiene enti inutili ne prendiamo atto: a me non tocca perchè sono un professionista e il mio mandato è quasi finito, tornerò a lavorare per le imprese private come ho sempre fatto, è chiaro però che se si tagliano brutalmente i fondi alle Enoteche regionali la maggior parte di loro rischiano di chiudere, e qualcuno se ne assumerà la responsabilità politica verso il territorio e verso i produttori.
giancarlo montaldo
23 settembre 2010 at 08:03
E allora, gentilissima Signora Celeste, l’invito resta valido. Quando vorrà, siamo pronti ad accoglierla come siamo pronti ad accogliere tutti coloro che cercano un posto dove il vino ha la dignità, il rispetto e la valorizzazione che merita.
A Barbaresco e dintorni abbiamo sempre prodotto per il mercato, mai per la distillazione. E’ ora di finirla con il “buonismo vignaiolo”. Chi pretende di fare il vino deve conoscere le regole del mercato e adottare tutte le contromosse per portare in azienda il massimo del valore aggiunto, naturalmente rapportato alla qualità e all’immagine che ha saputo creare e che può vendere.
Terry
23 settembre 2010 at 08:19
Beh, complimenti, Filippo! Discreto casino.
E adesso, da buon giornalista, mi aspetto la famosa domanda all’assessore.
Nella speranza che tu non trovi chiuso anche lì.
filippo
23 settembre 2010 at 08:26
Tranquilla, ho il suo cell e so dove “abita”… quanto al “discreto casino” beh, me lo aspettavo, però da un settore adulto e che ne ha passate tante sarebbero state preferibili meno difese di “orti” (per carità ben curati) e più disponibilità a fare squadra e alzare il livello dei servizi. Evidentemente non è così e mi dispiace molto. Ecco, su questo, secondo me, e non sul “casino”, bisognerebbe interrogarsi. O no?
Michele A. Fino
23 settembre 2010 at 10:38
Qui si fa di tutta l’erba un fascio non perché si accomunino realtà di enoteche diverse e gestite molto diversamente, ma perché si fa la media aritmetica tra enoteche che ricevono si e no 1000 enoturisti l’anno ed enoteche che ne ricevono altrettanti al mese. Per questo, l’inchiesta dovrebbe essere ponderata sotto il profilo della media, dal momento che rileva chiaramente come le meglio gestite (secondo i criteri dell’Autore) ed operative siano le strutture più frequentate (Grinzane, Barbaresco, Canale). Dunque, sarebbe opportuno che invece di fare una media tra… “ginnastica e italiano” si facesse una media ponderata in base ai passaggi, e il risultato cambierebbe di molto! E soprattutto, legittimerebbe una conclusione non qualunquista come il 6=, ma ben più severa, se vogliamo: ci sono enoteche regionali che non hanno nessuna ragione di esistere e con le quali è semplicemente ridicolo pensare che facciano sistema le grandi enoteche delle zone enoiche più vocate e turisticamente di maggiore successo.
filippo
23 settembre 2010 at 11:22
Grazie per il commento e lo spunto di riflessione intelligente che, secondo me, dovrebbe interessare agli operatori che oggi gridano invece di riflettere. Io non mi permette di dire (e non ho mai scritto) che ci sono enoteche regionali inutili o, peggio, botteghe e cantine del vino che esistono solo sulla carta e sono state sparse a pioggia anche in aree non particolarmente strategiche. Ci sono enti e organismi di controllo, per questo. E poi c’è la politica che dovrebbe darsi una mossa, finalmente.
P.S. 6= qualunquista? ma pensa un po’ a me sembrava più un’apertura di credito…
Michele A. Fino
23 settembre 2010 at 11:42
Per me il 6= è qualunquista perchè è come fare la media dei voti di fisica nella classe del liceo di Guglielmo Marconi. Non sarebbe stata molto più alta, favorendo un giudizio pessimistico, se non negativo. Però avrebbe completamente lasciato in ombra il genio del singolo. E’, secondo me, quello che correttamente Montaldo rimprovera all’inchiesta, anche se forse non lo esprime in questi termini.
Ripeto: la questione che emerge prepotente, secondo me, è: ma serve un’enoteca regionale per il dolcetto di Ovada? Allora per il Timorasso ci vuole un monumento…
Celeste
23 settembre 2010 at 14:01
Bravo Montaldo
credo proprio che siano maturi i tempi in cui chi si cimenta con il vino e la sua produzione sappia bene le regole di mercato, altrimenti se ne sta a casa perchè nessuno gli dovrà regalare più nulla. Ora è passata la distillazione, ma deve essere chiaro che bisogna cambiare rotta altrimenti addio vigneti e verdi colline. Io penso che non è giusto generalizzare ma, anche in un caos come è stato dimostrato da Filippo, è evidente che tante enoteche regionali lavorano bene come è assolutamente vero che tanti vini sono apprezzati proprio per l’impegno che viene messo in atto dai singoli gestori, ma sarebbe stato bello che la discussione, proprio perchè abbiamo visto che il probblema esiste, fosse nata partendo da una riflessione fatta tra Enoteche, Regione e Vignaioli proprio per incominciare a ragionare seriamente. Ora è iniziata la discussione perchè l’amico Filippo ha evidenziato tante carenze nel sistema, prenderne atto confessando anche i mei limiti non è fare del “contadinismo” o ritenersi vittima di qualcuno, semplicemente penso che occorre cambiare sistema: produrre della qualità al giusto prezzo e promuore vino e territorio per una ricchezza equamente distribuita. In questa direzione va orientato almeno tutto il Piemonte del vino, per fare sistema, altrimenti avremo tanti piccoli “eden” ma la zavorra della produzione spazzatura ci trascinerà sempre nel caos.
Nel salutarvi tutti vi auguro buona vendemmia ma soprattutto non deleghiamo ad altri i nostri interessi!
giovanni bosco ctm
23 settembre 2010 at 17:52
…ci sono enoteche che non hanno nessuna ragione di esistere , scrive Michele A.Fino, e ha perfettamente ragione. E allora lasciatemi togliere un piccolo grande sassolino dalle scarpe. Trent’anni fà, correva l’anno 1980, il Cepam – centro produttori e amici del moscato-
Adriano Salvi
29 settembre 2010 at 15:06
Beh caro Giovanni sia Canelli che Mango (che ha un castello tra i più belli dell’area) avevano tutti i titoli per ospitare un’Enoteca Regionale, fermo restando che, come dissi già all’epoca, una botttega del vino presso la Casa di Pavese ci poteva stare benissimo. Della gestione successiva delle Enoteche Regionali avrei da scrivere un romanzo…..ma glisso volentieri perchè alla fine sarebbe come sparare sulla Croce Rossa e non servirebbe a nulla….capisco anche il risentimento degli amici che ben operano ed hanno competenze specifiche e si sono sentiti coinvolti in questa inchiesta che però non credo, conoscendo Filippo, che volesse fare di tutta l’erba un fascio. I problemi ci sono e sarebbe sciocco continuare a far finta di nulla e far vivacchiare strutture che così come sono non servono a nulla….da quasi 40 anni mi occupo di vino, comunicazione e marketing ma nessuno, neppure nella “mia” Canelli , mi ha mai chiesto un parere su come impostare meglio queste strutture, l’avrei fatto volentieri e pure gratis…..
giovanni bosco ctm
29 settembre 2010 at 16:52
Caro Adriano, nessun dubbio sulla scelta di Canelli e Mango, il problema resta però un altro e tu l’hai ben capito. Ogni iniziativa anche la più normale ha bisogno di aiuti pubblici e si sa che negli enti pubblici ci sono i politici e così tutto diventa “un problema politico”. E quando il vento cambia e non si riesce a trovare nulla di sbagliato si invoca “il mischiare il sacro e il profano”…e l’enoteca che poteva veramente essere un punto di incontro tra gli scritti di Pavese e le realtà della zona forse è stata l’unica enoteca regionale ad essere chiusa…mi consolo …sempre meglio che finire come il presidente del parco delle Cinque Terre.
secondo
7 ottobre 2010 at 08:57
I miei complimenti per l’inchiesta e per il dignitoso coraggio nell’esporne i risultati.
Stupisce che quando un appassionato cultore del vino e del territorio, nel tentativo di dare uno spunto di riflessione fattiva per il bene comune, svolge un lavoro serio e certamente documentato, trovi interlocutori che sono pronti a urlare sopra le righe. Non volere capire il significato di quel “6? è disarmante. Alzare i toni per difendersi ingenera sospetto e dargli del “pataccaro” è assolutamente indegno.
filippo
7 ottobre 2010 at 09:37
Grazie per i complimenti Sec. L’inchiesta voleva proprio mettere l’accento sulle cose che non vanno e non, come qualcuno ha tentato di sostenere, fare di ogni erba un fascio. Poi qualcuno se l’è presa… e vabbè, qualcun altro ha tentato di sminuire… e vabbè. A noi basta che se ne sia parlato e che chi dovrebbe controllare abbia detto che qualcosa cambierà. In quest’Italia di immobilisti è già molto che lo si dica.